il salotto culturale

Dal romanzo “Basta Ciechi!” di Roberto Kervin

Introduzione alla cecità

Prima di iniziare la narrazione di questa storia, sento Il dovere morale di illustrarvi che cosa mai sia questa tanto bistrattata cecità, o se preferite, la mia personale cecità…

Non è certamente facile spiegare in quale modo una caratteristica, descritta come negativa, anzi disastrosa, da tutti i luoghi comuni delle civiltà ed inciviltà degli ultimi cinquemila anni almeno, possa assurgere a fattore di crescita spirituale e sociale per chi la vive in prima persona. Dire, per esempio, che io persegua una siffatta crescita, traendo a compassione il prossimo grazie alla mia cecità, sarebbe quanto meno inesatto, se non oltraggioso per me che ho fatto dell’orgoglio un’arma; d’altra parte affermare che la cecità sia addirittura un vantaggio per chi se la trova sotto alla fronte, apparirebbe come una palese eresia;  qualsiasi altra risposta da parte mia su questo punto, potrebbe sembrare fuorviante, per cui al fine di evitare un discorso tanto lungo quanto questo libro, vi rimando ad esso per capire, anzi per capirmi.

Vi illustrerò invece, non già che cosa sia la cecità per me, bensì come essa appaia a voi, nella scarsa probabilità che avete di incontrare un cieco, ovvero me stesso, che in questo frangente sono il vostro esempio di cecità.

Parlerò pertanto come la cecità fosse la norma e la veggenza l’eccezione.

Vi descriverò, per essere più comprensibile, alcuni soggetti caratterizzati dalla presenza di due occhi lateralmente al naso, in contrapposizione a me, assolutamente privo di una simile caratterizzazione, in un mondo in cui, cieco dei ciechi, sono l’essenza prima.  Semplifichiamo esemplificando: tra voi, vi sono vari prototipi di non ciechi, attorno ai quali potremmo costruire l’intera umanità; non che i ciechi non siano di vario aspetto e natura, ma nel campo della cecità, ripeto, chi conta in questo momento sono io, prototipo e fine d’una categoria che da accidente si fa sostanza; voi vedenti al contrario vi distinguerò in quattro specie fondamentali, raccolti in due sottospecie.

La prima specie è caratterizzata da quelli di voi che pongono me nella condizione di comportarmi esattamente come fossi un vedente anch’io, che inganna sostanzialmente il prossimo. Assumo l’atteggiamento che la situazione mi suggerisce e faccio finta d’essere un falso vedente od un finto cieco; il mio comportamento piuttosto sciolto, le mie mani sono mobili e composte assieme, tengo lo sguardo sempre fisso sull’interlocutore, con un lieve sorriso sornione, come per dire: ci vedo o non ci vedo?  Spoglio con gli occhi le ragazze, tagliando i panni addosso a chi ha qualcosa da vergognarsi, in un gioco a rimpiattino tra la mia falsa cecità e la mia finta veggenza.

Questa prima specie di vedenti, va suddivisa a sua volta in due distinte sottospecie. Alla prima appartengono quei vedenti che possiamo definire semplicemente “onesti”, in contrapposizione a quelli, appartenenti alla seconda sottospecie, che potremmo denominare “vigliacchi”. Per la prima sottospecie, quella degli onesti, non sarebbe mai stato necessario scrivere di me in questo particolare aspetto dell’essere che è il non vedere, in quanto appartenendo voi ad esso, sareste degni di me; sareste insomma ciechi, quanto meno onorari.

Se invece apparteneste alla seconda sottospecie, quella dei  vigliacchi, probabilmente non avreste mai iniziato a leggere la mia storia, e se l’aveste iniziata, riuscireste a stento a reprimere sentimenti di frustrazione e di invidia;  odiereste la mia finta cecità o la mia falsa veggenza, costretti ad ammettere di fronte a voi stessi che io, disgraziato come sono, sopravanzo di gran lunga voi che riponete tutta la vostra forza nello sguardo, nell’occhiata vivida e furbesca, tutta la vostra capacità di comunicazione con il prossimo nel far l’occhiolino a distanza o nel cogliere un cenno della mano.  Vi sentireste come un verme, ma come tutti i vermi vi sentireste tale solo per un istante, rimuovendo immediatamente questo sentimento, per voi troppo nobile e non pensereste che ad una inutile quanto squallida rivincita, non certo con me, ma con voi stessi e la vostra pochezza.

La seconda specie è costituita da quei vedenti che si aspettano da me che mi comporti come normalmente si comporta un cieco. Io, allora, li assecondo. Lo so, forse non dovrei, ma è più forte di me; e così non guardo mai in faccia questa specie di interlocutore, non mi secco quando lui vuol fare per me cose che so fare benissimo, anzi, commetto qualche piccolo errore che sarebbe assurdo, proprio per avvalorare il suo giudizio assolutamente negativo sulle mie capacità di compiere qualunque atto materiale della vita.

Per sottolineare meglio la situazione di disagio, parlo poco, sorrido poco, atteggio la faccia ad un’espressione triste, anzi, più malinconica che triste. Quando non so che dire, affermo che ho sonno, accenno ad uno sbadiglio, trasformando il rapporto in un terribile momento di noia, facendo maledire a questo tipo di vedente il giorno in cui ha avuto la ventura di conoscere un cieco.

Anche in questa specie di non ciechi, si distinguono due sottospecie diverse. La prima è quella del “buon samaritano”, preso completamente dalla sua missione di sentirsi per forza utile; allora, più sono malinconico, più sono taciturno, più sono impacciato, più rovescio il bicchiere dell’acqua che si trova sul tavolino del bar, più gli pesto i piedi, più inciampo nei gradini mentre mi accompagna tenendomi per un gomito a braccio teso davanti a sé, più lo rendo felice.

La seconda sottospecie di questo gruppo, che invece può essere definito “timoroso” ha terrore di ogni male fisico, della cecità, della sordità e di ogni altra maledizione che gli possa capitare nella vita:  sento la sua voce lievemente tremante, spaventato di me e per me come l’unica paura fosse di trovarsi in me stesso. Quando mi incontra per strada, quasi non mi saluta; gli si disegna sul volto un lieve pallore e con voce che tradisce il tremito delle labbra chiede a chi in quel momento mi accompagna come sto. Ho sempre avuto molta compassione per questa figura patetica, ma quando lui, timoroso e tremante, chiede a chi sta con me, come sto, ignorando la mia presenza, allora sbotto. Questa è una cosa che non riesco a sopportare, non riesco nemmeno a fingere di sopportare;  divento improvvisamente finto cieco o falso vedente; una spinta rabbiosa dall’interno mi fa compiere contro quell’idiota di turno le cattiverie più sottili, assumendo tutti quegli atteggiamenti che lo terrorizzano ed invento tutte quelle situazioni che lo spingono ad invocare la più terribile delle frane sotto i suoi piedi, in modo da sprofondare in un abisso ricco di ogni tormento purché privo di ciechi.

Voi, non ciechi, apparite così ai miei, si fa per dire, occhi. Sta a voi catalogarvi in uno delle specie o delle sottospecie, costringendomi, di fronte a voi, a comportarmi di conseguenza.

A questo punto mi corre l’obbligo soltanto di smaliziarvi sull’aspetto lessicale del mio “essere cieco”, al fine che non vi sconvolgiate troppo, nel leggere questa storia, al mio continuo richiamare terminologie da vedente.

Così, vedere, osservare, guardare o sognare ad occhi aperti, altrettanto, tutto il lessico collegato allo sguardo, alla pupilla, all’ottica, alla panoramica, alla prospettiva, alla luce ed all’ombra, alla penombra, alla proiezione orizzontale, oppure al traguardare, al confrontare visivamente, o ancora, alla oscurità della notte, alla luminosità del giorno, al chiarore lunare, al sorgere dell’alba, al rosseggiar del tramonto, ai disegni svolazzanti di nubi che tagliano l’orizzonte e che tracciano solchi nel cielo, rappresentano per me una realtà pura.

Così non sono semplici espressioni verbali.

Le parole che ricordano i colori: il rosa, il lilla, il viola, il verde, il verdognolo, il verdastro…No! Non vi stancate, posso nominarne ancora tanti: il marrone, l’ocra, il giallo, l’arancione.  Ed ancora, il rosso, il rosato, l’alabastro, l’azzurro, il celeste, il ciclamino ed il giallastro. Li riconosco tutti assieme ed uno per uno, mentre li allineo sulla tavolozza della mia retina sinistra, come un arcobaleno tra sole e pioggia, tra fantasia e realtà.

 

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